In questi giorni sto studiando i medici più vecchi di me (non parlo di specializzandi, ma di medici strutturati). Osservandoli con un occhio più attento, mi sono accorto che la gran parte di loro ha qualcosa di morto dentro. Un cadaverino di felicità che nutrono di soddisfazioni piccole e meschine. Io sono "fuori". Lo sono sempre stato nella mia vita, per essere stato troppo e per essere stato poco. Ora sono fuori da un sistema che vuole annegare ogni residuo di passione e di fantasia. Galleggio in un limbo pericoloso, disprezzo la monodimensionalità di chi ha costruito i suoi piccoli traguardi per suicidarsi dentro. Non voglio essere così. Mi chiedo se i pazienti riescano a distinguere un medico ancora con l'anima da un burattino con le tasche piene. Credo di no. Forse il dolore si insinua proprio tra le grinze fiacche di questo pallido incontro tra medico e paziente.
Tanto per tornare sul tono che mi si addice: ho fatto una figura meschina. Tornavo a casa dal policlinico e parlavo al cellulare lamentandomi per il turno che il mio "tutor" ha messo di Sabato (!!!). Dietro di me c'era lui (il sosia del più bello dei fichi d'India... Non quello che sembra una lucertola, l'altro con la vocetta irritante di cappuccetto rosso) che ha rigato dritto. Non ho ben capito se ha sentito la mia telefonata, anche se in genere tendo ad urlare. Da quel giorno ho la sensazione, certamente paranoica, che lui si voglia vendicare. E' un uomo di poche parole, ma ora le parole sono diventate "rare" e poco rassicuranti. Speriam bene!





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